Come ogni anno a inizio gennaio ecco che inizia la messa in onda degli spot che ci ricordano di pagare il canone RAI (Radio Audizioni Italiane), o per essere più precisi – come recita il regio decreto legge n.246 del 21 febbraio 1938 –  l’imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano (vedi Wikipedia). Quest’anno il messaggio è “Il canone si deve, il canone si vede”.

Puntualmente partono le lamentele di buona parte degli italiani che di pagare questa tassa non ne vogliono proprio sapere. I dati più aggiornati risalgono a fine 2013 quando uno studio (citato in questo bell’articolo de Il Sole 24 Ore, con anche un link ai dati divisi per regione) afferma che sarebbe il 25% degli italiani a evadere questa imposta, con punte del 91% nei comuni di Casal di Principe e Parete e del 48% nelle province di Catania, Crotone e Napoli. Ci sono poi associazioni che denunciano la RAI di pubblicità ingannevole – sostenendo che quest’ultima si riferirebbe all’imposta definendola un abbonamento per vedere i canali RAI e creando quindi confusione – e addirittura chi si appella ad una presunta sentenza di incostituzionalità del tributo pronunciata dalla Corte Europea, fatto di cui non si trova nessuna conferma (ed è quindi l’ennesima bufala). Ma andiamo con ordine.

“Il canone si deve”, non c’è dubbio. Per quanto possa risultare un tassa odiosa, per quanto si possa discutere sulla qualità del servizio o dire che la RAI “non la si guarda mai perché si è abbonati a Sky”, mi risulta che in un paese democratico e civile, quale l’Italia dovrebbe essere, le tasse si pagano. Poi, una volta che si è in regola, ci si può lamentare e fare tutto quello che è nelle proprie facoltà per cercare di far abolire questa imposta. Una nota: chi dice che anni fa si è già tenuto un referendum per far abolire il canone, sbaglia. Il referendum del 1995 abrogò la norma che definiva pubblica la RAI, in modo da poterne avviare la privatizzazione (vedi Wikipedia).

Nell’infografica che segue, vediamo il confronto tra la situazione italiana e quella di molti altri paesi europei per quanto riguarda il servizio pubblico radiotelevisivo.

Il canone TV in Europa

Quanto costa il canone televisivo in altri paesi europei e quanto incide sul reddito (dati 2012-2103)

Si può notare che nella maggioranza dei paesi europei il servizio pubblico radiotelevisivo è soggetto ad una tassa o un canone e che l’Italia, per una volta, in questa classifica si posiziona piuttosto bene per quanto riguarda l’importo da versare annualmente (è tra i più bassi).

Quindi il problema, secondo me, non è l’obbligo a dover pagare il canone. I problemi sono ben altri e li elenco qui sotto:

  • “Il canone si vede”. Sì, forse a casa tua. Delle 14 reti televisive, 3 generaliste e 11 tematiche di cui si fregiano nello spot io ne vedo solamente 4 (Rai 1, Rai 2, Rai 3 e Rai News) e i miei amici e parenti, quando va bene, ne vedono 7 o 8. Io abito nel Comune di Casalgrande e i miei amici e parenti nei comuni limitrofi tra le province di Reggio Emilia e Modena. Siamo quindi in Emilia-Romagna e in pianura. Se la RAI non è in grado di coprire queste zone, apparentemente prive di ostacoli naturali, con i suoi ripetitori non oso immaginare nel resto d’Italia (infatti basta fare una ricerca su internet per capire che la situazione è simile in molte altre zone). Inoltre la qualità del segnale è mediocre, nel senso che ogni tanto salta e più spesso è disturbato al punto tale da impedire la visione del programma. E allora perché non prova ad utilizzare il portale Rai.tv? Direbbero i funzionari del servizio pubblico. Grazie mille della dritta risponderei io, ma si dà il caso che qui arrivi solo l’ADSL di Telecom e sono più le madonne che tiro quotidianamente all’assistenza perché la connessione è lenta o va a singhiozzo che le volte che riesco a vedere un video di cinque minuti (cinque!) senza interruzioni o doverlo fare caricare prima per un quarto d’ora. E lo so bene che voi non ci potete fare niente, dato che non dipende da voi. Inoltre su Rai.tv (che è comunque un’ottima risorsa) la qualità audio/video è necessariamente più bassa che sul televisore. Quindi riassumendo: il problema sono le infrastrutture che non funzionano a dovere. Io vedo solo 4 canali? Bene, allora vi pago solo 32,43€ e non 113,50€.
  • Basta con la RAI lottizzata, basta coi politici e basta con la la par condicio. Non se ne può più dei raccomandati, per di più a volte incapaci, nel consiglio d’amministrazione o messi a fare i direttori di rete o in altri ruoli strategici. Voglio che ai vertici, e non solo, ci siano persone meritevoli, amministratori capaci di far fare soldi all’azienda – pubblica o privata non mi interessa, purché funzioni – con i programmi televisivi (magari con poca pubblicità e vendendo format originali all’estero), autori talentuosi, conduttori e giornalisti che sappiano fare il loro mestiere e così via tutti gli altri. Non voglio più vedere il raccomandato di turno o il politico che fa campagna elettorale tutti i giorni. E voglio una linea editoriale precisa, attenta a tutti e che non discrimini nessuno, ma non con il metodo assurdo della par condicio (in teoria basta eliminare i politici dalla televisione e di per sé si elimina la par condicio, dato che è stata istituita da loro e per loro).
  • Ultimo, ma non meno importante. Per favore aggiornate la legge, che è vecchia di 76 anni, e cambiatele il nome. Chiamatela, che ne so, “tassa sul servizio informativo pubblico” o “imposta sul servizio radio-televisivo-web” o come cavolo vi pare e fate in modo che l’imposta non si possa evadere (ad esempio in Grecia era compresa nella bolletta dell’energia elettrica). Se ci si riesce con il bollo auto, ci si può riuscire anche col canone. E poi investite tutti i soldi derivati da questo tributo in programmi di qualità, consci che il vostro primo azionista è il telespettatore.

Il paragrafo finale di questo articolo lo dedico alla pubblicità presente sui canali e alla qualità dei programmi. Una cosa che molti non sanno è che la RAI in cambio del finanziamento statale (cioè il canone) è limitata a trasmettere un tetto massimo di pubblicità pari al 4% settimanale (come è spiegato bene in questi utili video), al contrario delle tv commerciali che si attestano in media sul 15%. La stessa cosa avviene, con modalità diverse ma con finalità identiche, per esempio in Germania. Se poi tutti pagassero il canone ci sarebbe meno bisogno di ricorrere al finanziamento tramite pubblicità e quindi la percentuale potrebbe anche scendere. Per quanto riguarda la qualità dei programmi io mi ritengo soddisfatto. Facendo un’iperbole, potrei dire che un programma come Report vale da solo tutto l’importo del canone. Se poi oltre a Report ci sono Blob, SuperQuark, Sconosciuti, Masterpiece, Che tempo che fa, Ballarò, Quelli che… il calcio, Presa diretta, Tg2, Tg3 e Tg Regione, Passaggio a Nord-Ovest, La Domenica Sportiva, Geo, Fuori Orario, Pane quotidiano, Correva l’anno, Easy driver, Voyager (sì, Voyager, e non fate gli snob che tanto so che lo guardate anche voi, anche solo per farvi due risate) e altri che ora di sicuro dimentico direi che ce n’è abbastanza per giustificare i 113,50€ da versare quest’anno.

Per approfondire:
http://tagli.me/2012/12/30/tv-pubblica-un-confronto-con-leuropa-per-migliorare-la-rai/

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